Circuito Cinema - Filmstudio 7B

Una notte di 12 anni 1

Una notte di 12 anni

(La noche de 12 años)
(id, Uruguay/Argentina ) di Álvaro Brechner 123'

1973: l'Uruguay è governato da una dittatura militare. Una sera d'autunno, tre prigionieri tupamaro vengono sequestrati dalle loro celle nell'ambito di un'operazione militare segreta. L'ordine è preciso: "Dato che non li possiamo uccidere, facciamoli diventare pazzi". I tre uomini resteranno in isolamento per dodici anni. Tra loro c'è Pepe Mujica che diventerà presidente dell'Uruguay. La citazione di Kafka in esergo prepara lo spettatore alla follia assurdista che impregna il film, così come il piano sequenza circolare che lo apre  gli svela il teatro del dramma claustrofobico che si prepara, i bracci del carcere, le botte da orbi che introducono la violenza esasperata, la tortura e ogni tipo di atrocità volta a stroncare rispetto e dignità dei tre detenuti politici. Ogni tanto, il film si apre a immagini improvvise di lancinante bellezza, come i fuochi artificiali visti attraverso le grate, oppure l'utilizzo trasognato della melodia di The Sound of Silence per spezzare la disumanizzazione dell'ambiente, la lotta dell'uomo per trovare significato e vita nell'oscurità del silenzio (“Hello darkness, My Old Friend...”). Ma l'atmosfera generale è cupa, ossessiva: i tre prigionieri, due guerriglieri Tupamaros e un giornalista, vengono fatti oggetto di crudeli esperimenti di privazione dei sensi e del sonno, coi quali gli esponenti della dittatura tentano di condurli alla pazzia. Siamo alle prese con un film preparato attraverso anni di interviste e incontri con i sopravvissuti, che trascorsero dodici anni in quarantacinque diverse prigioni sotterranee senza neppure poter capire in che parte del Paese si trovassero. Avvertiamo la ricerca, da parte degli autori, di spazi dove poter ricreare quel genere di claustrofobia, che è la cifra stilistica totalizzante del film. Alcune celle sono minuscole, non vi si può stare in piedi o sdraiarsi completamente. Altri, all'opposto, sono ambienti molto grandi, come i pozzi d'acqua di una caserma che servivano da prigioni improvvisate. In questi casi, lo spazio è più ampio, ma con delle linee veniva delimitato un quadrato all'interno del quale i carcerati potevano muoversi, impedendone l'uscita. Il vasto, immenso e inaccessibile vuoto intorno al quadrato aumenta ancor di più il senso di claustrofobia e frustrazione. Le scene del film vengono ricreate con precisione in modo da poter visualizzare ciò che succedeva in ciascuna di esse senza artifici, senza premeditare angoli e movimenti. A partire dalla sceneggiatura, l'ambientazione è organica e fluida, per dare la sensazione di autenticità, per non offrire il sospetto di essere stata costruita a scopo di facile drammatizzazione narrativa. Inoltre, l'uso molto insistito della camera a mano dà la possibilità di raccogliere le immagini in modo istintivo, da un punto di vista privilegiato. La macchina da presa sta sempre nel luogo dell'azione ma sembra non sapere cosa stia per accadere. Sono i prigionieri le fonti dell'azione, il loro respiro, il loro bisogno disperato di avvertire qualsiasi stimolo dai propri sensi, dal tatto, dalla vista. Il risultato di tanta certosina applicazione stilistica è che il film non è quel giro turistico delle prigioni che avrebbe potuto essere, ma la resa visiva puntuale del macabro esperimento di un isolamento assoluto di esseri umani. Qui, si scende davvero in un oscuro universo mentale in cui sono messi in discussione i limiti di resistenza di un individuo per mantenere la sua condizione umana. In questo senso, è indimenticabile la sequenza delle stoviglie nel finale, realmente accaduta, in cui una persona, di fronte all'imminenza della liberazione, dopo dodici anni di prigionia, dichiara che prima di uscire deve terminare quello che sta facendo: lavare i piatti per quelli che verranno poi. Un momento che racchiude, esteticamente e poeticamente, l'essenza della sopravvivenza della condizione umana, il potere interiore dell'individuo.

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